On writing ovvero come fa Stephen King a scrivere tutti quei libri

Carrie, Misery, Shining, Pet Sematary. Sono solo alcuni degli innumerevoli libri sfornati da Stephen King, il Re del Brivido, come qualcuno l’ha etichettato. Una definizione  di certo poco esaustiva, ma se leggete IT o Le Notti di Salem in casa da soli, con la luce della lampada come unico conforto, altro che brividi!

King è fra gli autori più prolifici al mondo, con più di 80 libri pubblicati (ok, non tutti al top, ma molti sono diventati pietre miliari di un genere). È colui che ha fatto conoscere il Maine al resto del mondo, tanto che avrei paura a metterci piede. È l’uomo la cui pagina Facebook è piena di foto del suo cane, la buffissima Molly aka The Thing of Evil. Insomma, tutti conoscono Stephen King. Come scrittore, di solito, o piace o non piace – a me piace, credo si sia capito – ma suscita in tutti la stessa medesima domanda: come diavolo ha fatto a scrivere tutti quei libri?

Beh, per rispondere a questo quesito ne ha pubblicato un altro, On writing – Autobiografia di un mestiere. Attenzione: per chi non lo conoscesse non è una nuova pubblicazione, è uscito nel 2000, ma il suo contenuto è un vestito adatto per tutte le stagioni. Anzi, per usare un termine dello stesso King, è un oggetto da tenere nella nostra “cassetta degli attrezzi”, quel luogo dove custodiamo gli strumenti necessari alla scrittura: la grammatica, il lessico, il ritmo.

Su internet potete trovare fior fiore di riassunti di On Writing e brillanti citazioni (la mia preferita: “La strada per l’inferno è lastricata di avverbi”), quindi farò qualcosa di diverso. Mi limiterò a segnalare il tema che ho trovato più interessante, quasi una rivelazione, ossia l’esperienza di Stephen King su come si sviluppa una storia.

La rivelazione è: la trama non esiste.

Sì, anche io lì per lì ho sgranato gli occhi. Con Gianrico Carofiglio avevamo già sdoganato l’ispirazione… ma anche la trama? La trama no, dai. Non solo viene da chiedersi “Come diavolo ha fatto a scrivere tutti quei libri?”, ma anche come ha fatto SENZA una trama? Eppure, pensandoci bene, la cosa può avere senso.

Stephen King vede le storie come fossili da scoprire. Per lui creare una trama a tavolino significa andare a scoprire il fossile con un martello pneumatico, dunque rovinarlo. King decide quindi di stravolgere la prospettiva e pensare al tipico “what if…”. Cosa succederebbe se i vampiri arrivassero in una cittadina sperduta del Maine? Cosa accadrebbe se una pazza maniaco-depressiva facesse prigioniero il suo scrittore preferito? “I miei libri – scrive King – tendono a essere basati su una situazione piuttosto che su una storia. Voglio mettere un gruppo di personaggi in una situazione difficile e vedere come riescono a cavarsela. Il mio lavoro non è aiutarli a liberarsi o manipolarli verso la salvezza, ma stare a vedere cosa succede e poi scriverlo.”

Una volta individuata la situazione, è individuato anche il fossile. A quel punto, “il lavoro dello scrittore è usare gli attrezzi della sua cassetta per farne emergere tutti i pezzi, lasciandoli intatti.” Un lavoro di lima e cesello, con gli strumenti del lessico, della grammatica e del ritmo, non con il piccone della trama condito da finale prestabilito. “Perché preoccuparsi del finale? – Chiede King – Perché essere un maniaco del controllo? Prima o poi la storia arriverà da qualche parte.” E continua. “Se fai il tuo lavoro, i personaggi prenderanno vita e cominceranno a fare le cose per conto loro. So che suona un po’ spaventoso se non l’avete provato, ma è davvero divertente e vi risolverà un sacco di problemi. Credetemi.”

Gli crediamo? Io mi sa di sì.

ChiaraZucchellini

Chiara Zucchellini

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Scrivo sempre e dovunque. Ogni tanto disegno. Mai pentita di aver studiato Storia dell’Arte, nel tempo che rimane mi occupo di promozione turistica.