LinguaggioInclusivo

Un paio di settimane fa è tornato alla ribalta – per qualche giorno, beninteso – il dibattito sul linguaggio inclusivo e, di riflesso, sulla scrittura inclusiva. Un tema che non può essere ignorato da chi lavora nella comunicazione e si confronta tutti i giorni con produzioni scritte. Questa volta la sollecitazione è arrivata dalla Francia. Ma andiamo con ordine.

Per linguaggio inclusivo si intende un linguaggio che non sia discriminatorio nei confronti dei generi. In Italia se ne parla già da due anni riguardo al tema delle professioni o degli incarichi istituzionali indicati normalmente dal genere maschile. Parole come “sindaco”, “ministro”, ma anche professioni a prevalenza maschile come “ingegnere”, secondo il linguaggio inclusivo devono essere espresse al femminile se è una donna a ricoprire il ruolo. Infatti oggi, rispetto a pochi anni fa, si sente spesso parlare di “sindaca”, “ministra”, “ingegnera” e via dicendo.

Da un lato questo processo sembra una cosa assai normale. Se esistono la maestra, l’infermiera e la cameriera, perché non devono esistere l’ingegnera, la sindaca e la ministra? La lingua è specchio della società, e se oggi le donne – fortunatamente! – possono accedere a determinati ruoli, allora è giusto rendere sensata la concordanza grammaticale. Eppure, la cosa ha scatenato vere e proprie voci “contro” sostenute dalle più varie motivazioni. Fra queste, il fatto che le nuove parole fossero “brutte” e che il maschile usato in quei casi particolari era da ritenersi “neutro”.

Ora, il brutto, si sa, è un concetto relativo: “brutto” non significa “sbagliato”, e spesso ci sembra brutto qualcosa a cui non siamo abituati. Per dire, sono sicura che molti, a forza di sentirlo, hanno già assorbito l’effetto cacofonico iniziale di “sindaca” e non ne sono più tanto straniti. Il neutro, invece, non è un’opinione: è una regola grammaticale. È un genere che, nell’italiano di oggi, non esiste. I latini lo avevano, il neutro. Ma la lingua si evolve, cambia, e nel passaggio dal latino alle derivazioni romanze il neutro si è perso per strada. Di questi meccanismi ne ha parlato anche Galatea Vaglio in un articolo della rubrica #italianoespresso (a cui abbiamo dedicato anche noi un post.)

Dal linguaggio alla scrittura il passo è breve. Infatti, in ambito italiano, l’opera di sensibilizzazione sta passando anche per l’adozione del linguaggio inclusivo nei documenti ufficiali prodotti dalle istituzioni. Ed è proprio dalla scrittura che passa anche il nuovo scottante argomento messo sul piatto dai nostri amici francesi. La “scrittura inclusiva” è infatti al centro di una petizione da poco lanciata in Francia e di un manifesto sottoscritto da più di 300 insegnanti francesi per introdurre nella lingua alcuni accorgimenti volti a rispettare il genere. Fra questi, anche la cosiddetta “regola di prossimità”.

(Attenzione, qui si entra nella grammatica spinta!)

La regola di prossimità, un tempo in uso nella lingua francese, vuole l’aggettivo concordare con il genere del sostantivo a lui più vicino. In questo modo, si potrebbe dire “i ghepardi e le pantere sono belle”, così come “le pantere e i ghepardi sono belli”. Questo uso è stato soppiantato nel ‘600 e sostituito dall’attuale regola, in uso anche nell’italiano, e riassunta in una semplice frase mandata a memoria fin da piccoli: “il maschile prevale sempre sul femminile”. In soldoni, non importa quanti siano i nomi femminili elencati: secondo la regola attuale, l’aggettivo è sempre maschile. E quindi: i ghepardi, le pantere, le leonesse e le manguste sono belli.

Sulla questione del maschile che prevale sul femminile si è espressa la giornalista francese Titiou Lecoq in un interessante articolo rilanciato da Il Post (qui la versione originale). Il fulcro dell’articolo è un’esperienza di vita vissuta dalla stessa Lecoq alle elementari: la sua maestra che spiega la regola del maschile che prevale sul femminile, e i maschi della classe che esultano al grido “Le ragazze hanno perso!”. Boutade da bambini o specchio della realtà? In ogni caso, anche la proposta della regola di prossimità ha scatenato una bufera, dalla “morte della lingua” temuta dall’Académie Française al “delirio femminista” espresso da Le Figaro.

Per concludere, torniamo in Italia. È noto che il linguaggio e la scrittura, fra le altre cose, stanno includendo e accettando delle aberrazioni grammaticali che vanno addirittura a travisare il senso delle frasi. Un esempio su tutti? Il “piuttosto che” usato con funzione disgiuntiva invece che con funzione avversativa. Dire “questa sera possiamo mangiare la pizza piuttosto che il sushi” non significa che stasera possiamo mangiare “pizza oppure sushi”. Significa invece che stasera possiamo mangiare “pizza, e non sushi”, delineando così una scelta precisa già effettuata. Insomma: stasera non mi è indifferente mangiare pizza o sushi, so bene che voglio la pizza invece che il sushi.

A questo punto, è davvero così scandaloso concordare gli aggettivi per prossimità o usare femminili “nuovi” per definire professioni o incarichi ricoperti da donne?

La società cambia, e con lei il linguaggio e la scrittura; è inevitabile. Facciamo almeno in modo che cambi in meglio. Cominciamo a usare un linguaggio e una scrittura inclusive piuttosto che una scrittura e un linguaggio discriminatori. E occhio: il “piuttosto che” qui è usato nel modo giusto!

ChiaraZucchellini

Chiara Zucchellini

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Scrivo sempre e dovunque. Ogni tanto disegno. Mai pentita di aver studiato Storia dell’Arte, nel tempo che rimane mi occupo di promozione turistica.

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