Perfetti-sconosciuti-locandina

“Ognuno di noi ha tre vite: una pubblica, una privata e una segreta.” Questa frase ha attirato subito la mia attenzione. Sette cellulari, sette amici intorno a un tavolo e un gioco: rendere pubbliche le proprie telefonate, gli sms, i messaggi su whatsapp e facebook. Ho pensato: e io, lo farei?

Sono andata al cinema a vedere il film di Paolo Genovese “Perfetti Sconosciuti”, fantasticando su cosa sarebbe potuto accadere a me.

Ho immaginato una telefonata di mia madre in cui probabilmente avrei tirato fuori una cadenza da bettola abruzzese che neanche nei peggiori bar di Caracas, una richiesta di amicizia su facebook di qualche sconosciuto su cui sarebbe partita una dissertazione da parte di mio marito degna di qualche illustre letterato  (e questo ora chi è, che vuole, sei sicura di non conoscerlo) e un messaggio in cui mi si comunica di aver terminato i giga per la navigazione sul mio cellulare (che ormai sono quelli che ricevo più spesso). Un quadro desolante, tutto sommato. Cosa mai avrei potuto rischiare?

Tutti abbiamo una vita pubblica, che è quella che vogliamo mostrare come più ci piace a tutti coloro che non fanno parte della nostra sfera affettiva: per molti versi è romanzata, filtrata, corretta. Ora più che mai non è solo reale, ma soprattutto virtuale. È a questa vita che riserviamo una comunicazione molto particolare: la foto su Facebook della nostra migliore angolazione, la richiesta di amicizia accettata ma gli aggiornamenti nascosti, i successi sbandierati e le sconfitte accuratamente celate. Così come Il retweet della causa sostenuta da un’associazione senza aver mai donato un euro in vita nostra e il curriculum su LinkedIn pieno zeppo di riconoscimenti, competenze e conoscenze, di cui a volte ci stupiamo anche. In una sorta di web marketing applicato all’io.

Il nostro mondo privato, sicuramente più autentico, viene condiviso solo con il partner, i familiari, qualche amico e forse un paio di parenti: in questo rassicurante microcosmo possiamo essere fragili, sbagliare, chiedere scusa, ammettere un fallimento, andare in giro con un pezzetto di carne tra i denti, mostrarci in una visione di noi stessa quasi corrispondente a quella vera.

E poi c’è la vita segreta, in cui non necessariamente dobbiamo nascondere tradimenti seriali, problemi con l’alcol o con la giustizia, la passione per il bondage o per i cd di Pupo o Albano e Romina. Semplicemente, è quella più vicina a noi, perché è l’unica che rispecchia il nostro vero essere e in cui siamo completamente in balìa di noi stessi. Molto di questa esistenza è racchiuso nello smartphone, perché è l’unico oggetto che ci segue sempre e ovunque e grazie al quale riuniamo la nostra parte fisica con quella digitale: i nostri difetti, le nostre debolezze, le nostre miserie ma anche le nostre stupende unicità.

Anche se non sono Jack Lo Squartatore né tantomeno Madre Teresa di Calcutta, non vorrei mai mostrare la mia vita segreta a nessuno: quindi la risposta alla mia prima domanda è no, io quel gioco proprio non lo farei. Che alla fine è ciò che deve aver pensato anche Genovese quando ha realizzato il film.

Del resto fare i conti con se stessi non è mai stato facile da soli, figuriamoci insieme ad altre sei persone.

Foto YStudium

Mariangela Celiberti

Giornalista

Abruzzese d’origine ma romana d’adozione, scrivo e coltivo il sogno di viaggiare in tutto il mondo