Se gli italiani non sanno più scrivere, la cura è #italianoespresso

Nel febbraio 2017 una notizia ha calamitato per qualche giorno l'attenzione su un fatto: gli italiani non sanno più scrivere. E non è questione di essere scrittori di professione – del resto Gianrico Carofiglio ci ha messo in guardia su quanto sia ardua questa strada! - ma proprio di saper mettere in fila tre parole di senso compiuto.

L'allarme è stato lanciato da 600 docenti universitari che hanno rivolto una lettera aperta al Governo. Il motivo? Molti loro studenti – anche iscritti alle Facoltà di Lettere – hanno grosse difficoltà nell'espressione scritta e commettono “errori da terza elementare”. In più, non brillano nemmeno nella lettura, nella comprensione del testo e neppure nella sua esposizione orale. Del resto, come testimone a carico c'è anche lo stentoreo dato OCSE che nel 2013 ha rivelato come il 70% degli italiani non sappia “restituire un testo”, ossia comprendere realmente ciò che ha letto. Insomma, forse è il caso di iniziare a preoccuparsi.

Il vari fili del problema sono fra loro collegati: lettura, comprensione, scrittura – ripeto, di base - sono tutte facce della stessa medaglia. Nello stesso periodo, un rimedio per riderci su (sennò ce sparamo), ma anche per ripassare un po' di grammatica arrugginita (se ce ne fosse bisogno) è stata la rubrica di Mariangela Galatea Vaglio su L'Espresso online, #italianoespresso. Nata proprio sull'onda dell'appello dei 600 professori, #italianoespresso ha fornito per alcuni mesi “pillole di grammatica per salvare la nostra lingua maltrattata”.

Lo stile divulgativo e divertente della Vaglio, insegnante e giornalista, ha scandagliato le pieghe dell'italiano con sapienza e leggerezza (che, come ricorda Calvino, non vuol dire superficialità). I temi trattati? La virgola, per esempio, dato che “la punteggiatura non è un gesto casuale che si sparpaglia come petali di rosa” e se usata male può cambiare il senso delle frasi. Il genere dei nomi, materia di recente interesse non solo per il superamento della discriminazione nel linguaggio, ma anche per la controversa campagna di San Valentino di Real Time (ricordate “un'amore”? Ne abbiamo parlato anche noi). Il congiuntivo e le frasi ipotetiche, riassunte nell'efficace titolo “'Se potrei' e altri orrori”, fino ad arrivare ai fondamenti dell'utilizzo dei verbi. Perché, come scrive la Vaglio, “Il verbo, nella frase, fa tutto. Senza, è come fare un aperitivo senza le patatine: si può ma non è granché.”

Ovviamente #italianoespresso a suo tempo è diventato anche un hashtag su Twitter per segnalare “gli svarioni che più vi infastidiscono”: d'altronde, se per digerire le basi di grammatica è necessario passare anche dai 160 caratteri dell'uccellino blu, perché no? La rubrica, oggi non più aggiornata e riservata agli abbonati de L'Espresso, ha individuato il suo ventaglio di argomenti, ma la miniera di tematiche è potenzialmente infinita. Rubrica o no, se si parla dell'uso della lingua italiana è comunque il caso di dire “stay tuned...” o “to be continued...”, ma mi raccomando: i puntini di sospensione alla fine devono essere tre. Non due, non dieci, ma tre, proprio come vuole la grammatica italiana.

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Chiara Zucchellini

Copy e Project Manager - Scrivo sempre e dovunque. Ogni tanto disegno. Mai pentita di aver studiato Storia dell’Arte, nel tempo che rimane mi occupo di promozione turistica.

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